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SUMMARY:La via degli Alberi
DESCRIPTION:La Via degli Alberi di e con Pino Petruzzelli. Una produzione Centro Teatro Ipotesi\, a cura di Direzione regionale Musei Liguria \n \n  \nAnche un castagno di Carpasio\, che ha dato rifugio ai partigiani feriti\, è tra i protagonisti di una serie di “interviste impossibili” che il giornalista Massimo compie attraverso l’Italia\, in un susseguirsi di dialetti e paesaggi del nostro Paese\, raccogliendo la voce “silenziosa” di tanti alberi. Alberi che\, come vecchi saggi\, ci parlano di una dimensione naturale dove è ritrovabile un antico\, eppure eterno\, soffio di vera vita.  \nQuella raccontata è una filosofia di vita dove esiste un dialogo tra uomo e Natura\, raccontato come una delle chiavi possibili della felicità.  Uno spettacolo dove Pino Petruzzelli unisce\, con levità ed ironia\, nozioni di botanica\, brani di poesia e letteratura\, per condurci ad una profonda riflessione sul nostro futuro. \nBiglietti:\nIntero 9 euro\nRidotto 3 euro (per i giovani tra i 18 ed i 25 anni)\nGratuito minori di 18 anni. \nVendita dei biglietti dal giorno 2 agosto presso la biglietteria del Forte (Mercoledì – domenica dalle ore 17.30 alle 23.00) fino esaurimento posti.  \nLa vendita si chiuderà alle ore 20.45 il giorno dello spettacolo. \nPrenotazioni (massimo 4 biglietti a persona) all’email drm-lig.fortesantatecla@cultura.gov.it specificando il numero di biglietti e la tariffa richiesta per ciascuno. Andrà inserito anche un recapito telefonico. Il biglietto potrà essere acquistato e ritirato il giorno dello spettacolo presso la biglietteria del Forte\, fino alle 20.00. I biglietti non ritirati verranno riassegnati. Verrà verificato il diritto per le riduzioni e gratuità richieste. \nIl biglietto darà diritto alla partecipazione allo spettacolo e alla visita alle mostre presenti al forte. \nInfo e dettagli su fortesantatecla.cultura.gov.it \nTelofono e WhatsApp 0184 195 2853 \n  \n 
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SUMMARY:POSTCARDS FROM THE FUTURE
DESCRIPTION:“Quello che sta a cuore al mio Marco Polo è scoprire le ragioni segrete che hanno portato gli uomini a vivere nelle città\, ragioni che potranno valere al di là di tutte le crisi. Le città sono un insieme di tante cose: di memoria\, di desideri\, di segni d’un linguaggio; le città sono luoghi di scambio\, come spiegano tutti i libri di storia dell’economia\, ma questi scambi non sono soltanto scambi di merci\, sono scambi di parole\, di desideri\, di ricordi”. \n \nIl 2023 segna il centenario della nascita di Italo Calvino\, uno dei narratori italiani più importanti del secondo Novecento.\nPubblicato nel 1972\, Le città invisibili è trai suoi romanzi più celebri. La narrazione si basa sul dialogo fra Marco Polo e l’imperatore Kublai Khan che domanda all’esploratore di descrivergli le città del suo immenso impero. \nL’immaginario letterario di Calvino è il punto di partenza di questa reinterpretazione artistica\, un viaggio a ritroso nella memoria che si muove in uno spazio geografico mentale fatto di ricordi\, déjà-vu\, impressioni e immagini istantanee che appaiono e scompaiono come frammenti invisibili ma\nnon per questo meno reali. \nI fotomontaggi e le parole sono cartoline spedite dal futuro dove il dialogo visionario tra due viaggiatori\, il fotografo e la giornalista\, si trasforma in una meditazione distopica sulle città\, il passato che ritorna presente\, la globalizzazione delle diversità e le altre contraddizioni di una società contemporanea in cui oltre la metà della popolazione mondiale di otto miliardi di abitanti vive in\nambienti urbani\, megalopoli sempre più gigantesche dove (come già profetizzato\nda Calvino) è l’essenza dell’essere umano a diventare sempre più invisibile. \nIl progetto Le Città Invisibili\, Postcards from the future prevede la realizzazione di:\nUna mostra fotografica di 40 immagini. Ogni immagine rappresenta una città abbinata a uno stralcio del racconto di Calvino. \nUn testo che dialogherà con le immagini sulle varie problematiche del futuro delle metropoli in contrapposizione alle vaste aree del pianeta sempre più inospitali e complicate per la vita umana\, e che darà spazio alle interpretazioni del pubblico con domande lasciate volutamente senza risposta. \nMarta Ghelma \nNata a Borgosesia il 19/08/1978. Residente a Borgosesia (VC). Giornalista e scrittrice da oltre 20\nanni. È specializzata in reportage di viaggio\, culturali e sociali. \nLa laurea in Filosofia e un interesse particolare per l’esplorazione dei mondi interiori l’hanno portata\nspesso a viaggiare “fuori” per scoprire che cosa si nasconde “dentro” ai luoghi e alle persone. Nel\ncorso della sua carriera ha pubblicato innumerevoli reportage giornalistici sulle principali riviste italiane ed estere. \nTra le sue collaborazioni: Africa\, Alpha Magazine\, Bell’Europa\, Bell’Italia\, Brigitte\, Credere\, Donna\nModerna\, Elle\, Famiglia Cristiana\, Focus\, Geo\, Gioia\, Il Messaggero\, In Viaggio\, Io Donna\, Itinerari e Luoghi\, La Repubblica\, La Stampa\, Marcopolo\, Meridiani\, Neos\, Oggi\, Panorama\, Playboy\, Radiotelevisione svizzera\, Stern\, The Travel News\, Touring Club Italiano\, Traveller\, Vanity Fair\, Vogue e la Scuola Holden di Torino\, dove ha tenuto dei corsi di travel writing. \nBruno Zanzottera \nNato a Monza l’11/12/1957. Residente a Osnago (LC). Fotoreporter\, videoreporter\, giornalista. Fotografo professionista da oltre 30 anni. È specializzato in reportage sociali\, culturali\, etnografici e geografici. \nL’Africa è il suo più importante luogo d’azione\, dove ha realizzato molti dei suoi lavori. Nel corso della carriera ha pubblicato innumerevoli reportage fotogiornalistici sulle principali riviste di\ntutto il mondo. Tra queste: National Geographic Magazine\, GEO France\, GEO International\, GEO\nItalia\, Airone\, Itinerari e Luoghi\, Le Figaro Magazine\, VSD\, Internazionale\, D-La Repubblica\, Sette\,\nCorriere della Sera\, La Stampa\, Meridiani\, Panorama\, Panorama Travel\, Focus\, Focus Storia\, OGGI\, Rolling Stone\, ELLE\, Spiegel\, Brigitte\, Days Japan\, La Vie\, Pèlerin\, Sunday Times. Nel 2007 ha creato l’agenzia fotografica Parallelozero con i colleghi Alessandro Gandolfi\, Sergio Ramazzotti e Davide Scagliola.
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SUMMARY:Di là dal paesaggio
DESCRIPTION:Che cosa c’è oltre il paesaggio? \nLa domanda può sorgere spontanea leggendo il titolo della prima raccolta di liriche di Andrea Zanzotto\, Dietro il paesaggio\, pubblicata nel 1951. Traghettato dalle parole in un viaggio al tempo stesso terrestre e metafisico\, il poeta veneto scomparso dodici anni fa ricrea un paesaggio dove la natura e l’io sembrano fondersi e confondersi: il risultato è un voler andare oltre il paesaggio\, tanto quello reale quanto quello interiore. Per l’appunto\, andare dietro di esso\, e intorno ad esso “cingersi” per poi “volgere le spalle”. \nMa come si fa a cingersi intorno al paesaggio? E cosa vuol dire volgere le spalle? Voltarsi\, e lasciarsi il paesaggio dietro di noi? Oppure superare quest’ultimo\, andare di là da esso? \nDi Zanzotto diceva Montale che egli “non descrive”\, ma “circoscrive\, avvolge\, prende\, poi lascia”. Il poeta di Ossi di seppia aggiunge anche che “non è proprio che cerchi se stesso e nemmeno che tenti di fuggire alla sua realtà; è piuttosto che la sua mobilità è insieme fisica e metafisica”. \nUn bisogno analogo di mobilità e di circoscrizione sembra trasparire dalle opere di Luca Boffi e di Jacopo Valentini. Partendo da due pratiche di creazione radicalmente opposte – l’installazione e la performance da un lato\, la fotografia dall’altro – i due artisti sono accomunati dall’aver fatto del paesaggio il soggetto principale delle loro investigazioni\, ma anche da un’idea di paesaggio come luogo insieme reale e fittizio\, esteriore e interiore\, fisico e metafisico\, nel quale l’artista deve\, per trovarsi\, innanzi tutto perdersi. In altre parole\, un’idea di paesaggio che coincide con quella di spaesamento.  \nPrima di chiedersi cosa ci sia di là dal paesaggio occorre capire come s’intende utilizzare una parola all’apparenza così ordinaria e lineare\, in realtà ricca di stratificazioni e contraddizioni. \nQuando in arte si parla di paesaggio si pone subito una difficoltà: cosa separa il paesaggio cosiddetto “naturale” – quello che ci appare quando vi siamo immersi – dalla sua rappresentazione artistica\, per esempio quella di un dipinto? Verrebbe spontaneo dire che il primo è un paesaggio “oggettivo” e “reale”\, frutto della nostra percezione sensibile\, mentre il secondo una proiezione soggettiva di quella stessa sensibilità in uno spazio altro\, come quello di una tela. Ci si rende conto tuttavia dell’impossibilità di un paesaggio “oggettivo” nel momento in cui\, come ricorda Philippe Descola nel suo testo-chiave Par-delà nature et culture\, “la natura e il mondo sono essi stessi prodotti come degli oggetti autonomi per grazia dello sguardo che l’uomo porta su di essi”. L’illusione\, tutta moderna\, di una natura assolutamente oggettiva – un’illusione coltivata fin dall’invenzione dei dispositivi per misurare visivamente il reale\, dal microscopio al telescopio\, ma anche dalla prospettiva alla fotografia – deve scontrarsi con l’impossibilità di considerare come neutro ogni tentativo di misurazione\, a partire dalla sua forma più elementare\, quella dell’occhio nudo. Per il solo fatto di guardare un paesaggio “reale”\, di sottometterlo al nostro sguardo\, stiamo selezionando una porzione di spazio per mezzo del nostro campo visivo\, e sempre da un punto di vista specifico. Cambiare quest’ultimo – indietreggiando o avanzando\, voltandoci\, orientando lo sguardo verso un’altra direzione – significa cambiare tutto\, inclusa la percezione di quel paesaggio che crediamo fissa e immutabile solo perché mediata dai nostri sensi senza altri filtri.    \nQuesta mostra parla sì di paesaggio\, ma lo fa in un certo senso a partire dalla sua stessa impossibilità\, e da quella condizione intima di spaesamento che entrambi gli artisti intendono indagare in primo luogo. Il “di là dal” del titolo suggerisce quindi un oltre simbolico prima ancora che spaziale\, poiché esso mira a evocare un superamento del paesaggio come concetto caro alle arti visive. Operazione tutt’altro che nuova – si pensi a come questo stesso concetto si sia trasformato\, negli ultimi anni\, ad opera delle tecnologie immersive – ma che si riallaccia a una storia che sembra portare fin dai suoi primordi i germi di quel superamento. \nQuesta storia – la storia del paesaggio – comincia come è noto con l’invenzione della cosiddetta “finestra interiore” da parte dei pittori fiamminghi del XV secolo\, quando le scene sacre iniziarono ad accompagnarsi\, sullo sfondo degli interni in cui erano rappresentate\, da finestre aperte su vedute “profane”\, per l’appunto paesaggistiche. Funzionando come vero e proprio dipinto nel dipinto\, quella veduta ambientale assume via via un’autonomia propria\, avulsa da simbologie religiose\, finendo – racconta Alain Roger nel suo Court traité du paysage –  per diventare un soggetto a sé\, che la modernità ha legato alla rappresentazione della natura. In tal senso il paesaggio nasce già dietro e oltre\, custodendo in sé il suo stesso\, continuo superamento: da elemento ornamentale asservito alla simbologia religiosa\, a genere di raffigurazione oggettiva del mondo.  \nQuesta presunta oggettività – vero e proprio dogma in quella religione laica che è la scienza – è ormai anch’essa ampiamente superata. E se questa mostra parla di paesaggio\, non può certo farlo a partire dalla sua rappresentazione. Se mai\, essa può e deve farlo a partire dalla sua ri-presentazione\, intesa quindi come una sua seconda creazione : partendo da elementi reali e materiali essenziali – terre vulcaniche spoglie\, schiere di alberi e rocce in Jacopo Valentini; erba\, argilla e corteccia in Luca Boffi – la mostra mira a ricomporre una grammatica paesaggistica spoglia di ornamenti o particolari artifici compositivi\, che proceda per addensamenti – come nelle sculture di Boffi – e rarefazioni – come nelle vedute di Valentini – fino a incontrarsi simbolicamente in Doccia\, installazione immersiva realizzata a quattro mani da entrambi gli artisti. \nIn questo percorso non trova spazio l’attivismo ambientalista che pure è così cruciale negli anni che viviamo. Esso mira\, piuttosto\, a restituire al pubblico un’idea essenziale e sensibile di paesaggio\, nella quale qualsiasi narrazione e qualsiasi affermazione in chiave ecologista risulterebbero accessorie e fuori luogo. Al suo centro non vi è che l’interazione\, nuda e simbiotica\, dei due artisti con il paesaggio. In Jacopo Valentini questa interazione passa da quello che lui definisce un “dislocamento ad opera dell’immaginario”: dislocamento che avviene nel momento in cui l’artista\, per mezzo dell’obiettivo\, circoscrive e sottrae al reale i luoghi che esplora. Per Luca Boffi\, invece\, si tratta di abitare poeticamente i luoghi del suo quotidiano e della sua memoria\, in un certo senso essere quegli stessi luoghi: “Vivere la pianura. Scomparire tra gli alberi […] esercizi dedicati a personificare e fabulare il paesaggio che abito”. \nPer entrambi si tratta\, infine\, di uno spaesamento a cui segue un reimpaesamento: fare astrazione di sé\, perdersi nel paesaggio per poi in esso ritrovarsi. \n  \n 
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